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L’urlo inascoltato delle donne

Donne equilibriste così il nuovo report di SAVE THE CHILDREN definisce le madri in Italia e sottolinea come a causa delle misure introdotte dalla recente pandemia, questa situazione sia ulteriormente peggiorata. Equilibriste ci sentiamo da sempre, mentre tentiamo difficili conciliazioni tra casa, famiglia e lavoro, cercando di attribuire priorità di volta in volta a seconda delle situazioni e delle urgenze, e quando ci riusciamo è perché abbiamo scelto di sacrificare qualche nostro momento.

Il lockdown ha sicuramente peggiorato la situazione portando alla luce vecchie mancanze e nuovi affanni. I numeri della ricerca non mentono: il 74% delle intervistate ha rilevato un peggioramento della propria situazione. Per 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio minore di 15 anni l’emergenza sanitaria ha coinciso con un aumento del proprio carico di lavoro. E non è stato certo un aiuto il lavorare da casa, visto che spesso non si hanno spazi propri dove poter lavorare ma si è costrette a condividere lo spazio di lavoro con figli che seguono lezioni on line e mariti/compagni impegnati in estenuanti call e irrimandabili report. Da questa indagine solo per una mamma su cinque la situazione di emergenza ha rappresentato un’occasione per riequilibrare la ripartizione del lavoro di cura e domestico con le altre persone che vivono insieme a lei (19,5%).

La situazione diventa ancora più ardua e precaria per quelle donne che vivono in condizioni di vulnerabilità socio economica. L’instabilità lavorativa gravava già come una spada di Damocle sulle famiglie i cui componenti hanno occupazioni che non richiedono alte abilità (low skill) e sono quindi facilmente sostituibili. Inoltre non bisogna dimenticare che una quota importante dei nuclei famigliari non guadagnano abbastanza per arrivare a fine mese e lo stop di molte attività ha coinciso con un ulteriore impoverimento dei loro mezzi finanziari imponendo un difficile equilibrismo anche in campo economico. A questo proposito sono impressionanti i numeri di chi si è rivolto in questo periodo per la prima volta alle associazioni di volontariato per un aiuto: sono 38.580 le persone che si sono rivolte ai servizi di assistenza diocesana per cibo e beni di prima necessità, un incremento del 105% rispetto a prima dell’inizio della pandemia da Covid -19.

Oggi, alla vigilia dell’avvio della fase tre le più penalizzate rischiano di essere ancora una volta le madri lavoratrici, circa il 6% della popolazione italiana. Con il rischio della non riapertura dei servizi per la primissima infanzia, molte donne, soprattutto quelle con retribuzioni più basse e impiegate in settori dove è necessaria la presenza fisica, rischiano di dover decidere di non rientrare al lavoro, aggravando la loro già difficile situazione. Per quelle che invece potranno lavorare in smart working è forte il rischio di un carico di lavoro eccessivo. I nuclei famigliari si sono trovati tutto d’un tratto a condividere 24 su 24 lo stesso tetto, con la richiesta di proseguire le stesse mansioni di prima senza un minimo di formazione e senza orari. Senza una reale programmazione dei ritmi aziendali e dell’organizzazione nelle imprese, lavorare a distanza rischia di diventare un’invasione del tempo di lavoro nella vita domestica e nei giorni di quarantena sono state le madri lavoratrici pagare il prezzo più alto. Ma attenzione perché oggi si parla di smart working confondendolo in realtà con il telelavoro. E la differenza non è solo lessicale. Il telelavoro implica semplicemente il mancato spostamento dalla propria abitazione al posto di lavoro, di fatto, gestendo le attività dal proprio studio tra le mura domestiche. Si rispettano i ritmi e gli orari delle giornate in ufficio e in sostanza la differenza è data dalla location. Lo smart working invece è qualcosa di molto diverso, che implica una certa elasticità e un drastico cambiamento a livello di filosofia stessa del lavoro: le giornate non sono più scandite dagli orari, ma dagli obiettivi. Pertanto, vengono date flessibilità, autonomia e responsabilità ai professionisti, che gestiscono il loro tempo in autonomia e hanno come unico vincolo il rispetto delle scadenze e delle consegne, oltre alle inevitabili teleconferenze di allineamento. Si tratta di una pratica che richiede una vera e propria rivoluzione nella cultura del lavoro e delle organizzazioni in Italia, dove una logica del controllo è ancora diffusa. Quello che la maggior parte ha praticato nelle ultime settimane e sta continuando a praticare è semplice lavoro da remoto, non smart working. E le conseguenze su chi di consueto ha in mano la gestione della vita domestica e la cura dei figli, come abbiamo detto, sono state piuttosto evidenti e pesanti.

Un’altra questione che preoccupa non è soltanto la chiusura dei servizi per la prima infanzia, quanto la gestione della didattica a distanza, che soprattutto per chi ha figli nel ciclo primario della scuola, necessita di un continuo supporto da parte di un adulto a casa, e soprattutto la gestione del carico emotivo dei figli, ancora oggi dimenticati dalla politica nella fase della ripartenza. Educare ed essere responsabili dell’educazione dei figli è essenziale. La scuola digitalizzata ha messo inoltre in evidenza la disparità tra bambini e ragazzi seguiti dai loro genitori e quelli che non possono usufruire di questo vantaggio e a cui mancano proprio gli strumenti digitali oltre che le competenze. Questi ultimi non possono ricevere l’accompagnamento dai loro insegnanti. Così nelle famiglie con meno istruzione ci saranno più facilmente figli meno istruiti.

È necessario adottare al più presto un Piano straordinario per l’infanzia e l’adolescenza, che metta al centro i diritti dei minorenni, perché le famiglie non devono essere lasciate sole ad affrontare le sfide educative e sociali che la crisi sanitaria ha imposto.

La vostra Tata

Photo by Noah Buscher on Unsplash

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Silvia Orlando De Martin

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