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Il silenzio è una forma di comunicazione?

In questi giorni di letargo sociale da Covid-19 quello che più colpisce è l’assenza di voci, di parole, di grida e del rumore per le strade delle nostre città. Sono bandite le urla festose dei bambini che giocano nei cortili dopo esser tornati da scuola, sembrano in esilio quelle degli ambulanti intenti a vendere, dei postini che di corsa consegnano lettere e comunicazioni, dei passanti e dei loro saluti, degli avvocati e delle loro arringhe, dei preti e delle loro consolazioni.

I pochi suoni ci arrivano ovattati, furtivi, quasi fosse un oltraggio il solo emetterli. Da un punto di vista sociologico, abbassare la voce implica l’accorciare la distanza con il nostro interlocutore, per proteggere quelle parole anche dagli altri. L’alzare la voce implica, invece, una richiesta di attenzione, non solo nei confronti di chi ci sta vicino.

Il silenzio, però è innaturale: durante le innumerevoli video call di queste settimane cerchiamo continuamente conferma della presenza degli altri. Il loro non emette suoni produce ansia, preoccupazione. Abbiamo costantemente bisogno di conferme, feedback, presenza emotiva, intellettiva e fisica. Siamo insomma naturalmente tesi verso i suoni, verso le parole degli altri. Anche nel caso fossimo dei pazzi narcisisti.

Cos’è allora il silenzio che percepiamo in questi? Soprattutto rispetto. Rispetto per i morti, gli ammalati, per chi combatte sul fronte questa pandemia.

Il silenzio è trattenere il respiro, fare un passo in dietro. Come durante una celebrazione. Come durante un funerale. Come al cospetto di una grande personalità. Cosa dire ad esempio di fronte a Papa Francesco? Quali parole scegliere alla presenza di Gandhi o di Madre Teresa di Calcutta?

Le parole sono sacre e hanno sempre avuto un’origine divina, lontana. I dieci comandamenti sono stati scritti, ad esempio, direttamente sulle tavole di pietra dal dito di Dio (o da Mosè). Già perché ciò che è scritto rimane, ed è anche più facile da ricordare e tramandare.

Non sarà allora forse un caso che le due forme di comunicazione (orale e verbale) procedano parallelamente: come durante una video chiamata, quando si ricorre contemporaneamente anche alla chat, per saperne di più, per approfondire, per non disturbare chi sta parlando. Si potrebbe dire, per una forma di educazione.

I bambini lo sanno. Aspettano il loro turno per parlare. Alzano la mano. In silenzio.

Annalisa D’Errico

Giornalista, comunicatrice pubblica e autrice di “Figli Virtuali” edito dalla Erickson

Photo by Maria Krisanova on Unsplash

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Silvia Orlando De Martin

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