Datemi un like e mi solleverò l’ego

Non è un senso di intimistica onnipotenza a invaderci e inebriarci ad ogni segnale di approvazione, condivisione, richiesta sui social? Una sensazione profonda, ma veloce e sincopata, che provoca un brivido esistenziale, che fa suonare le corde del nostro ego, che fa risplendere la nostra immagine narcisistica, che ci sostiene nella nostra fragilità e insicurezza quotidiana?
Un cuore, un pollice proteso verso il cielo, un retweet implica in fondo un momento di empatia e fiducia. Seppur distratta. Per un attimo riusciamo ad attirare l’attenzione della società virtuale, a farla convergere verso un nostro pensiero, un nostro punto di vista, verso la nostra lettura dei fatti della vita.
Più spesso ci si affida a una foto, un video, un collage studiato di parole, suoni o immagini. Con l’unico obiettivo di raccontarci, urlare ciò che siamo o vorremmo essere, strappare quel velo di quotidianità e routine che avvolge i giorni.
Una maledizione, forse. O una benedizione? Sicuramente un incantesimo che ormai tocca tutti, dall’età dell’infanzia a quella della senilità. L’accesso alla tecnologia ormai riguarda ogni fascia d’età, senza distinzione sociale o culturale. Come un nuovo linguaggio, fatto di emoticon e parole mozzate, il virtuale si è insinuato tra le pieghe della comunicazione tradizionale, scalzando e sostituendosi a dialoghi fatti di sguardi, baci e mani intrecciate.
Come se non ci fosse tempo per l’attesa di una reazione empatica, sembra essersi abbassato il nostro livello di ascolto e comprensione: con la stessa facilità e immediatezza con cui “regaliamo” un’amicizia, siamo pronti a bloccare, bannare e alzare confini e muri.
In un’altalena costante di tutto e niente, pieno e vuoto, inclusione ed esclusione. Purché ci arrivi un like, un maledettissimo like.
Rallentare, respirare profondamente, lasciar andare l’ansia da prestazione social e raccontare di noi vicino a noi: è ancora possibile fare passi indietro rispetto alla nostra esposizione virtuale? Come proteggiamo ed educhiamo i nostri figli e i nostri ragazzi alla reale valorizzazione del proprio sé?
Annalisa D’Errico
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